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Un momento della lezione di informatica ripresa dalla troupe della rai. A sinistra parte della telecamera è tenuta dalla mano dell'operatore. Al suo fianco il giornalista che osserva Emma mentre digita sul suo telefonino grazie allo screen reader. Emma è di spalle, si vedono i suoi lunghi capelli castani, lisci, bellissimi. Indossa una maglia a grandi righe bianche e blu. Davanti a lei altre due corsiste alle prese con i cellulari. Sono tutti in un'aula dell'istituto alberghiero, seduti ai banchi dei ragazzi

Emma, la musica e una porta spalancata sul mondo

L’intervista con la Rai è terminata da pochi minuti. La troupe della Tgr Marche sta lasciando la stanza che ospita la lezione “I-phone avanzato”, ma Emma trattiene giornalista e operatore.

“Mi fate vedere la telecamera per favore? Non ne ho mai toccata una”.

“Mi sono emozionato, non mi era mai successo prima” confesserà il giornalista in redazione, raccontando di due mani che sfiorano leggere l’attrezzatura, traducendo ogni sensazione in conoscenza.

Emma ha 12 anni, lunghi capelli neri e una grazia innata. Il bastone bianco sempre a fianco, come il cellulare: l’autonomia a portata di click.

Al corso di Loreto ragazzi non vedenti insegnano ad altri ragazzi e adulti ciechi o ipovedenti a utilizzare al meglio le nuove tecnologie. E in 48 ore si impara a inviare un whatsapp, a scattare foto, a utilizzare un dispositivo a riconoscimento vocale ma anche a usare programmi più complessi.

Emma a Loreto è una presenza assidua, il suo smartphone una finestra sul mondo.

Ma l’entrata principale per lei è un foglio in braille in cui leggere con le dita note e pause.

Emma e la musica. Un amore da sempre. Passione pura che ha demolito muro dopo muro tutti gli ostacoli che la separavano dalla tastiera di un pianoforte e da quelle vibrazioni così potenti da annullare ogni distanza.

La svolta che non ti aspetti, però, arriva a pranzo. In una di quella tavolate in cui ci si ritrova per caso. Abbinati dal destino, lo stesso che Emma sta plasmando con una naturalezza disarmante.

“Ci è voluta tutta la pazienza dell’insegnante di piano per tradurre gli spartiti in braille” racconta la mamma, Moira. Siede alla mia sinistra, mentre a destra c’è uno dei giovani insegnanti che hanno appena concluso la lezione destinata a docenti e operatori sanitari.

Si chiama Antonino, è un esperto tifloinformatico e ha spiegato ai 130 insegnanti collegati da tutta Italia come trasmettere ai bambini non vedenti le conoscenze in campo musicale. La voce è calma, come il cane guida che resta sdraiato tutto il tempo tra le nostre seggiole e alza il muso solo per seguire il profumo del rollè di tacchino che è appena stato servito.

Antonino parla di musica, Emma e Moira lo ascoltano e si confrontano. Poi la richiesta della mamma: “Emma vorrebbe imparare a comporre musica, trascorre ore al pianoforte e sugli spartiti in braille. Stiamo cercando un metodo per facilitarle il percorso. Ci puoi aiutare?”.

Il mio sguardo corre alla piccola. La vedo per l’ennesima volta con occhi nuovi. Ha l’abbigliamento e le movenze di una ragazzina, ma è una bimba. E vorrebbe comporre. Musica. A 12 anni.

Il resto della conversazione lo perdo completamente. Parlano di app, elencano link e siti che non conosco. Iniziano a dialogare in una lingua che non mi appartiene più. Ora sono io quella non linea.

Il pomeriggio si avvia a conclusione. Esco galleggiando su quella richiesta che racchiude tutto il senso di questa due giorni e racconta che non esiste il ‘mondo della disabilità’, ma un solo, unico mondo, pieno di persone in grado di fare cose straordinarie. Nessuno escluso.

Teresa Valiani

 

Ancona, 29 marzo 2024